La parola “Multitasking” è usata sempre più spesso per descrivere la tipologia di attività mentale che i ragazzi adottano quando utilizzano le nuove tecnologie.

Ma cosa significa, precisamente, multitasking e quali conseguenze determina sul modo di apprendere di chi si abitua a farlo fin da piccolo? Dobbiamo portare il multitasking a scuola oppure no? Vediamo di fare un po' di chiarezza.

La traduzione corretta del neologismo inglese, quando viene riferito agli esseri umani (il termine può essere usato anche per descrivere l'elaborazione di un computer) potrebbe essere “multi-attività” o “multi-compito”. Quindi il “multitasker”, cioè colui che fa multitasking, svolge più attività. Fino a qui nulla di strano. La capacità peculiare del multitasker, però, dovrebbe essere quella di riuscire a svolgere più attività contemporaneamente e non successivamente, come di solito fa chi ha vissuto lontano da pc e tablet. Secondo una tesi abbastanza diffusa tra gli entusiasti delle nuove tecnologie (sostenuta, tra gli altri, da Paolo Ferri), il multitasking sarebbe svolto con successo solo da chi è cresciuto immerso nell'ambiente digitale, per esempio i bambini di oggi, che per questo sono chiamati “nativi digitali”. Di conseguenza, continuano i sostenitori di questa tesi, è necessario un cambiamento della didattica scolastica, che dovrebbe adattarsi alle nuove modalità di pensiero dei più giovani, introducendo in modo massiccio le tecnologie nelle aule scolastiche. Nel presente articolo prenderò in considerazione questa tesi e analizzerò alcuni problemi legati al cosiddetto multitasking.

immagine di una tastiera di computer

Per prima cosa, è bene chiarire cosa si intende con questo termine. Immaginiamo di essere immersi nella lettura di un libro, in una stanza in cui ci sono altre due persone, che se ne stanno in silenzio. Ad un certo punto i due iniziano una discussione, a voce piuttosto alta. In questo caso sembrano esistere due possibilità: la prima è che la nostra lettura subisca un'interruzione e che la nostra attenzione venga catturata dalla conversazione appena cominciata. La seconda possibilità è che la nostra lettura sia talmente profonda e appassionata (o, d'altra parte, che la conversazione sia svolta da due persone che riteniamo piuttosto noiose) che ci accorgiamo a malapena che sta succedendo qualcosa nella stanza e continuiamo a leggere senza ascoltare quanto stanno dicendo. Esiste una terza possibilità, cioè che la nostra attenzione inizi a oscillare, passando dalla lettura del libro all'ascolto della conversazione. Di solito, questo tentativo ci rende incapaci di comprendere sia quello che c'è scritto nel libro sia ciò che stanno dicendo gli altri, cogliendo solo elementi frammentari della conversazione e del testo e generando un fastidioso senso di frustrazione. Al contrario, secondo la tesi che ho preso in considerazione, l'uso massiccio delle tecnologie renderebbe le nuove generazioni capaci di svolgere più cose contemporaneamente e immuni al fastidio creato dall'oscillazione dell'attenzione. Ma è vero che l'abitudine all'uso massiccio delle tecnologie permette a un ragazzino di leggere e comprendere un libro mentre ascolta una conversazione?

Per tentare di rispondere a questa domanda, è necessario addentrarci un po' più a fondo nei meccanismi di funzionamento della nostra mente, prendendo in considerazione alcune caratteristiche dell'attenzione. Per fare ciò può essere istruttivo, oltre che divertente, provare a svolgere il seguente esperimento. Nel video sottostante appariranno dei ragazzi che si passano un pallone da basket. Ci saranno due piccoli gruppi, il primo composto da ragazzi con la maglia bianca e il secondo da ragazzi che indossano una t-shirt nera. Il vostro compito è contare esattamente quanti passaggi fanno i ragazzi con la maglia bianca, ignorando quelli dell'altro gruppo.

Come hanno constatato gli scienziati che hanno messo a punto questo esperimento, un'alta percentuale di persone dichiara di non aver identificato niente di strano in questo video. Perché? La risposta è legata ad una caratteristica peculiare della nostra attenzione: la selettività. La nostra attenzione seleziona alcuni particolari della realtà che ci circonda e non si distribuisce uniformemente su tutto. Ciò significa che più attenzione dedichiamo ad un compito, più le cose che non appartengono a questo compito e che accadono contestualmente (come l'intrusione di un uomo vestito da gorilla) rischiano di sfuggirci. Inoltre se l'attenzione è limitata, più cose facciamo o tentiamo di fare assieme, peggio le faremo, soprattutto se i compiti sono complessi (si veda Contro il Colonialismo Digitale, di R. Casati), dato che minore sarà la quantità di attenzione che possiamo dedicare ad ogni singola attività. Se la nostra attenzione è selettiva, dunque, distribuirla su più compiti comporta necessariamente una diminuzione della qualità della nostra performance. Riprendendo l'esempio della lettura del libro e della conversazione, potrebbe darsi che un ragazzo riesca ad ascoltare una conversazione (o i frammenti di una conversazione) sul tempo meteorologico mentre legge un fumetto, ma è estremamente meno probabile che riesca a proseguire la lettura di un manuale di fisica termodinamica assistendo a un dibattito sulle specifiche tecniche del sistema elettorale tedesco.

Un entusiasta delle nuove tecnologie, a questo punto, potrebbe riconoscere che la nostra capacità di distribuzione dell'attenzione è carente, obiettando, però, che i “nativi digitali” possono dilatarla attraverso le tecnologie. La domanda di fondo, quindi, resta: è possibile che le tecnologie dilatino, in modo sostanziale, la quantità di attenzione di cui disponiamo? Le nuove generazioni, di fronte al video precedente, individuano con facilità il gorilla? Stando a quanto ci dice la scienza, la risposta non è affermativa. Non esistono, ad oggi, prove sufficienti ad avvalorare la tesi secondo cui i giovani sono più efficienti nel multitasking. Sicuramente l'uso massiccio di tecnologie abitua a passare rapidamente da un compito all'altro (in realtà il multitasking è proprio questo: lo slittamento rapido da un'azione ad un'altra più che lo svolgimento contemporaneo di più azioni) ma che abitui a farlo non significa che migliori in modo sostanziale la nostra capacità di svolgere questa “multi-attività”. In altri termini: attraverso l'uso delle tecnologie i ragazzi, oggi, sono sottoposti spesso a situazioni in cui devono muoversi tra più compiti in lassi di tempi molto stretti, ma è possibile che questa abitudine non migliori la loro capacità di farlo ma che si limiti ad eliminare il senso di frustrazione e di fastidio normalmente associato a questo “zapping” mentale. Per tornare al nostro esempio, può darsi che nel momento in cui la sua lettura viene interrotta dalla conversazione il ragazzo sposti l'attenzione rapidamente da un compito all'altro, senza accusare particolari sensazioni sgradevoli, ma che, facendo questa operazione, scorra il testo senza coglierne davvero il significato, diminuendo la capacità di memorizzare il contenuto e che perda, inoltre, alcuni dettagli importanti della conversazione. In questo senso l'abitudine al multitasking potrebbe essere addirittura controproducente, in quanto l'eliminazione della frustrazione potrebbe coincidere con la perdita di un segnale chiaro di pericolo che ci manda il nostro cervello, il segnale che lo stiamo forzando a fare qualcosa per cui non è stato programmato (dall'evoluzione) e che, così facendo, stiamo diminuendo la sua efficacia. Può darsi, insomma, che i giovani si abituino a fare più cose contemporaneamente senza accorgersi che le fanno peggio, dato che, come spiega Elena Pasquinelli, ricercatrice dell'istituto Jean Nicod di Parigi, «non solo non siamo bravi quanto crediamo a fare più cose simultaneamente, ma siamo bravi ad autoingannarci a proposito delle nostre capacità» (Pasquinelli 2012, p. 221).

Il quadro della situazione sembra ancora più allarmante se aggiungiamo un altro elemento, apparentemente in contraddizione con quanto detto finora. Cercare di fare multitasking può essere fastidioso quando siamo alle prese con compiti complessi, come nell'esempio iniziale, ma l'abitudine ad altri tipi di multitasking può essere piacevole, o addirittura assai gratificante. Chi usa per molte ore al giorno le tecnologie lo sa bene. Riuscire a scrivere un testo di una certa lunghezza, per esempio un articolo, senza cedere alla tentazione di dare, di tanto in tanto, una sbirciatina alla posta o una “controllata” al sito di un quotidiano, può essere un'impresa complicata. La ragione di questa irresistibile tendenza alla distrazione, ancora una volta, è legata alla struttura del nostro cervello. Nella nostra evoluzione di esseri umani, comunicare e ottenere informazioni sull'ambiente che ci circonda, cioè sul mondo, è stato fondamentale per la nostra sopravvivenza. La strategia che la natura ha usato per spingerci a svolgere queste attività è stata quella di “programmare” geneticamente il nostro cervello in modo tale che esso ci fornisca gratificazione (attraverso il rilascio di alcuni neurotrasmettitori, come la dopamina) quando comunichiamo o assimiliamo informazioni sugli altri e sul mondo. Per questo motivo ci piace ricevere un messaggio o individuare una notizia interessante (e non solo attraverso il pc, proviamo a ricordare la sensazione di fronte all'arrivo del postino), in quanto sono attività riconducibili a propensioni umane ben radicate nella nostra evoluzione e nel momento in cui il multitasking avviene coinvolgendo attività di questo tipo può risultare perfino piacevole. Il risultato è che mentre scriviamo un articolo, che è un'attività faticosa per il nostro cervello, siamo spinti ad a prenderci delle pause gratificanti, dato che lo strumento attraverso cui stiamo lavorando, cioè il pc o il tablet, in pochi istanti può trasformarsi in modo camaleontico da attrezzo di lavoro a passatempo appagante. Bastano pochi clic. Da un punto di vista cognitivo, quindi, il multitasking è un'attività di per sé controproducente, ma se lo strumento che usiamo è progettato per favorirlo e se le attività che esso ci mette a disposizione sono gratificanti, possiamo “prenderci la mano” e abituarci a farlo. Come ho suggerito sopra, questo training potrebbe semplicemente eliminare la sensazione fastidiosa che di solito deriva dal tentativo di fare più cose assieme, senza in realtà renderci più efficienti a farlo. Come se non bastasse, l'abitudine a intervallare alcune attività ad altre più gratificanti, come l'uso dei social network (che condensano un mix micidiale di “ingredienti cognitivi” a cui il nostro cervello è molto sensibile), potrebbe rendere più difficile lo svolgimento di quel compito isolato e privato delle interruzioni. Per esempio, se leggiamo spesso su una piattaforma digitale e ci abituiamo a intervallare la lettura all'uso dei social network, potrebbe essere più difficile sedersi e leggere un libro di carta, perché verrebbero a mancare quei momenti appaganti ai quali il tablet ci ha abituati.

E la scuola? Quando introduce le tecnologie digitali in classe, la scuola dovrebbe tenere presente com'è fatto il nostro cervello e quella sua risorsa fondamentale e unica che è l'attenzione. Dovrebbe, inoltre, scegliere quali sono le sue priorità. È più importante imparare a fare 3 cose contemporaneamente, come scrivere un messaggio Skype controllando il sito web di un quotidiano mentre si ascolta una trasmissione radio in podcast, oppure imparare come si studia e si assimila un libro complesso? Se ci sono dei momenti in cui passare da un compito all'altro può essere eccitante e piacevole, quando si imparano delle cose difficili il multitasking rappresenta un potenziale ostacolo all'apprendimento (ed è significativo che ciò sia stato ammesso anche da Howard Rheingold, un guru delle tecnologie, nel suo Perché la rete ci rende intelligenti). Come non riusciamo a studiare un manuale di termodinamica mentre ascoltiamo una conversazione sul sistema elettorale tedesco, così facciamo molta più fatica a leggere quel manuale se ci interrompiamo continuamente per controllare la mail o il nostro profilo sui social network, e questo non è legato alla mancanza di allenamento al multitasking, ma alla struttura della nostra mente. In questi casi è tanto necessario concentrarsi su un unico compito, quanto insegnare ai ragazzi a farlo, rinunciando alla retorica dei “nativi digitali” e al fascino che l'idea di super-bambini capaci di fare più cose contemporaneamente esercita su di noi. Piuttosto, è necessario insegnare alle nuove generazioni che esistono situazioni in cui è bene dedicare tutta l'attenzione ad un'unica attività, e abituarli a farlo, allontanandosi da tablet e pc, per tenere a bada la tentazione di provare a fare contemporaneamente qualcos'altro (di gratificante) e allenando la capacità di concentrazione per tempi prolungati. Proprio quella capacità che le tecnologie, oggi, con il loro design multifinestra e la loro offerta di stimoli cognitivi piacevoli non sembrano stimolare affatto.

 

 

Marco Fasoli

 

BIBLIOGRAFIA

Casati, R. (2013), Contro il colonialismo digitale, Bari, Laterza.

Diamond, J. (1997), Guns, germs and steel: a short history of everybody for the last 13.000 years, London, Vintage.

Dunbar, R. (2004), Gossip in evolutionary perspective, in «Review of General Psychology», 8, 2, pp. 100-110.

Gorlick, A. (2009), “Media multitaskers pay mental price, Standford Study Shows”, in Standford University News, 24 agosto 2009.

Pasquinelli, E. (2012), Irresistibili Schermi. Fatti e misfatti della realtà virtuale, Milano, Mondadori Università.

Rheingold, H. (2012), Perché la rete ci rende intelligenti, Milano, Raffaello Cortina Editore.

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